Sindrome dell’impostore: cos’è e perché ti senti inadeguato

Cos’è la sindrome dell’impostore

La sindrome dell’impostore è un fenomeno psicologico in cui una persona, pur avendo competenze, risultati e riconoscimenti oggettivi, continua a percepirsi come non abbastanza capace. I successi vengono attribuiti alla fortuna, alle circostanze o all’indulgenza altrui, mentre gli errori diventano la prova di una presunta inadeguatezza.

Il termine nasce dagli studi delle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes alla fine degli anni ’70, che osservarono questo schema ricorrente in donne professioniste di alto livello. Oggi sappiamo che la sindrome dell’impostore non riguarda solo un genere specifico: è trasversale e diffusa tra studenti universitari, giovani professionisti, imprenditori e lavoratori altamente qualificati.

Non è classificata come disturbo nel DSM-5, ma è ampiamente studiata nella letteratura psicologica perché correlata a bassa autostima, perfezionismo disfunzionale, ansia da prestazione e rischio di burnout.

La caratteristica centrale è la discrepanza tra realtà esterna e percezione interna: gli altri vedono competenza, la persona sente precarietà.

I sintomi della sindrome dell’impostore

Chi vive la sindrome dell’impostore tende a sperimentare un dialogo interno costante e severo. Prima di una presentazione o di un esame può emergere un’ansia intensa, accompagnata dal pensiero: “Non sono davvero preparato”. Dopo un successo, invece di provare soddisfazione, subentra la paura di essere “scoperti”.

Non si tratta di semplice insicurezza momentanea. È una modalità stabile di interpretare i risultati. Il successo viene esternalizzato, l’errore interiorizzato. Questo schema cognitivo è coerente con quanto descritto nella psicologia cognitiva da Aaron T. Beck: le credenze di base influenzano l’interpretazione degli eventi. Se la credenza profonda è “non sono abbastanza”, ogni esperienza verrà filtrata in modo coerente con essa.

Spesso è presente anche perfezionismo clinicamente rilevante, come descritto da Paul Hewitt e Gordon Flett: standard estremamente elevati accompagnati da autocritica severa. La persona sente di dover fare sempre di più per meritare il proprio posto.

Nel tempo, questa pressione interna può tradursi in stanchezza emotiva, ansia cronica e difficoltà a godere dei traguardi raggiunti.

Perché nasce la sindrome dell’impostore

Le radici della sindrome dell’impostore sono multifattoriali. Dal punto di vista evolutivo-relazionale, può svilupparsi in contesti familiari dove l’approvazione era fortemente legata alla performance. Quando il valore personale viene associato esclusivamente ai risultati, l’identità diventa fragile: basta un errore per sentirsi messi in discussione.

Anche il confronto sociale gioca un ruolo centrale. La teoria del confronto sociale di Leon Festinger spiega come le persone valutino sé stesse attraverso il paragone con gli altri. In un contesto digitale in cui vediamo costantemente versioni idealizzate delle vite altrui, il confronto può diventare distorto e alimentare la percezione di inferiorità.

Le transizioni di vita rappresentano un ulteriore fattore di rischio. Cambiare lavoro, ricevere una promozione, iniziare un percorso accademico impegnativo può attivare la sensazione di non essere pronti. Paradossalmente, più si cresce, più può aumentare la paura di non meritare quella crescita.

Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, la sindrome dell’impostore si mantiene attraverso un circolo vizioso: l’ansia spinge a prepararsi in modo eccessivo; la performance va bene; il successo viene attribuito all’iper-preparazione o alla fortuna; la credenza di inadeguatezza non viene mai messa in discussione.

Sindrome dell’impostore e autostima

È importante distinguere la sindrome dell’impostore dalla semplice bassa autostima. Nella bassa autostima il giudizio negativo è globale e stabile. Nella sindrome dell’impostore, invece, può esserci un funzionamento elevato e una buona immagine esterna, ma una difficoltà a interiorizzare i successi.

Secondo i modelli dell’autostima contingente, il valore personale può dipendere da domini specifici, come il rendimento accademico o lavorativo. Quando l’autostima è contingente alla performance, ogni errore diventa minaccia identitaria.

Questo spiega perché molte persone con sindrome dell’impostore siano percepite come sicure e competenti dagli altri, ma vivano internamente una costante tensione.

Le conseguenze psicologiche nel lungo termine

Se non riconosciuta, la sindrome dell’impostore può avere effetti significativi sul benessere psicologico. L’ansia da prestazione può diventare cronica. Il perfezionismo può trasformarsi in procrastinazione, per paura di non raggiungere standard irrealistici. In alcuni casi, può emergere autosabotaggio: evitare opportunità per non esporsi al rischio di fallire.

La letteratura sul burnout, in particolare il modello di Christina Maslach, evidenzia come l’esaurimento emotivo sia spesso collegato a un sovrainvestimento lavorativo motivato dalla necessità di dimostrare il proprio valore.

Anche le relazioni professionali possono risentirne. La difficoltà a riconoscere le proprie competenze può portare a non negoziare adeguatamente compensi o ruoli, alimentando frustrazione e insoddisfazione.

Come superare la sindrome dell’impostore

Superare la sindrome dell’impostore non significa eliminare il dubbio, ma modificare il rapporto con esso. Un certo livello di auto-riflessione è sano. Il problema nasce quando il dubbio diventa identità.

Gli approcci cognitivo-comportamentali lavorano sulle credenze disfunzionali, aiutando la persona a riconoscere distorsioni cognitive come la minimizzazione del positivo o il pensiero dicotomico. Attraverso tecniche di ristrutturazione cognitiva, si impara a valutare le evidenze in modo più equilibrato.

Anche gli approcci basati sulla self-compassion, sviluppati da Kristin Neff, mostrano efficacia nel ridurre autocritica e vergogna. Coltivare un atteggiamento più gentile verso sé stessi riduce la pressione interna e favorisce un’autostima più stabile.

Nei modelli psicodinamici, invece, si esplorano le radici profonde del senso di inadeguatezza, spesso collegate a esperienze relazionali precoci. Comprendere l’origine di certe convinzioni permette di rinegoziarle in modo più maturo.

La psicoterapia offre uno spazio protetto in cui integrare competenze reali e identità personale. Progressivamente, la persona impara a riconoscere i successi come propri, senza attribuirli esclusivamente a fattori esterni.

Il ruolo della psicologia online

La psicologia online rappresenta oggi una modalità accessibile ed efficace per lavorare sulla sindrome dell’impostore. Le evidenze scientifiche mostrano come gli interventi psicologici a distanza, quando strutturati, possano avere efficacia comparabile alla terapia in presenza per disturbi d’ansia e problematiche legate all’autostima.

Poter accedere a uno spazio di ascolto flessibile riduce le barriere legate al tempo e alla logistica. Questo è particolarmente utile per professionisti e studenti che vivono elevata pressione performativa e faticano a trovare momenti di pausa.

Affrontare la sindrome dell’impostore significa investire nel proprio equilibrio psicologico e nella propria crescita, non “correggere un difetto”.

Conclusione

La sindrome dell’impostore non è la prova della tua incompetenza. È la prova di un sistema interno iper-esigente che ha imparato ad associare valore e performance.

Riconoscere questo meccanismo è il primo passo. Integrare successi e limiti in un’immagine di sé più realistica è il percorso successivo.

Non è necessario aspettare il crollo o il burnout per chiedere supporto. Lavorare su autostima, perfezionismo e paura del giudizio può trasformare radicalmente il modo in cui vivi il lavoro, lo studio e le relazioni professionali.

Nota finale

Se ti riconosci in queste dinamiche e senti che la sindrome dell’impostore sta limitando la tua serenità o la tua crescita professionale, puoi iniziare da un primo passo concreto.

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Autore

Psicologo e Dottore in Psicologia Cognitiva Applicata: Mi occupo di promozione del benessere psicologico e divulgazione psicoeducativa, attraverso contenuti informativi.