Il disturbo da accumulo è una condizione clinica spesso banalizzata o confusa con il semplice disordine domestico. In realtà, quando parliamo di disturbo da accumulo, ci riferiamo a un quadro psicopatologico specifico, riconosciuto nel DSM-5-TR, caratterizzato da una persistente difficoltà a disfarsi dei propri oggetti, indipendentemente dal loro reale valore.
Non si tratta di “essere disordinati”. Non è una questione di pigrizia. E non è nemmeno una semplice tendenza al collezionismo. È un’esperienza psicologica complessa che coinvolge emozioni, attaccamento, ansia e processi decisionali alterati.
Molte persone arrivano a chiedere aiuto dicendo:
“Ho casa piena di cose e non riesco a buttare nulla.”
Dietro questa frase, spesso, si nasconde un vissuto di sofferenza profonda.
Disturbo da accumulo: sintomi principali
Secondo i criteri diagnostici internazionali, i sintomi del disturbo da accumulo includono:
- Persistente difficoltà a buttare oggetti, anche se inutili o privi di valore
- Forte disagio all’idea di disfarsene
- Accumulo progressivo che compromette la funzionalità degli spazi domestici
- Impatto significativo sulla qualità della vita, sulle relazioni e talvolta sulla salute
È fondamentale distinguere questa condizione dal semplice disordine occasionale. Nel disturbo da accumulo, la casa non è solo “in disordine”: gli spazi diventano progressivamente inagibili.
In molti casi, la persona è consapevole del problema ma si sente paralizzata. L’atto di buttare un oggetto genera un’ansia intensa, talvolta vissuta come una vera e propria perdita.
Quando la difficoltà a buttare oggetti diventa un segnale clinico
La difficoltà a buttare oggetti è il nucleo centrale del disturbo. Ma ciò che rende clinica questa difficoltà non è la quantità di oggetti posseduti, bensì:
- l’intensità del disagio emotivo associato allo scarto,
- la rigidità cognitiva nel processo decisionale,
- la compromissione funzionale.
Studi di neuropsicologia (Tolin et al., 2012) hanno evidenziato alterazioni nei circuiti coinvolti nella valutazione del valore e nella presa di decisione. In altre parole, per chi soffre di accumulo compulsivo, decidere se buttare un oggetto può attivare un carico emotivo sproporzionato.
Non è una questione di volontà. È un conflitto interno tra bisogno di sicurezza e paura della perdita.
Accumulo compulsivo: cause psicologiche
Le cause dell’accumulo compulsivo non sono univoche. La letteratura scientifica propone un modello multifattoriale che include:
1. Vulnerabilità emotiva e ansia
Molti pazienti riportano una storia di insicurezza, perdita o eventi traumatici. L’oggetto accumulato può assumere una funzione regolativa: rappresenta stabilità, memoria, controllo.
2. Attaccamento e perdita
Secondo una prospettiva psicodinamica e relazionale, l’oggetto può diventare un sostituto simbolico della relazione. In soggetti con esperienze di perdita precoce o attaccamento insicuro (Bowlby), l’oggetto assume un valore affettivo amplificato.
Buttare quell’oggetto può essere vissuto come “perdere di nuovo”.
3. Distorsioni cognitive
La terapia cognitivo-comportamentale ha individuato pensieri tipici come:
- “Potrebbe servirmi in futuro.”
- “Se lo butto, me ne pentirò.”
- “Questo oggetto racconta chi sono.”
Queste convinzioni mantengono il comportamento di accumulo.
4. Funzione emotiva dell’oggetto
L’oggetto non è mai solo un oggetto.
Può rappresentare:
- Identità
- Sicurezza
- Continuità
- Ricordo
- Compensazione di vuoti emotivi
Comprendere questa funzione è essenziale nel trattamento.
“Ho casa piena di cose”: il vissuto soggettivo
Chi soffre di disturbo da accumulo spesso vive:
- Vergogna
- Isolamento sociale
- Conflitti familiari
- Paura del giudizio
La casa, che dovrebbe essere uno spazio di protezione, diventa fonte di stress. Tuttavia, l’idea di svuotarla genera un’angoscia ancora maggiore. Questo paradosso mantiene il disturbo nel tempo.
Dal punto di vista clinico, è fondamentale evitare approcci coercitivi o interventi forzati. Svuotare la casa senza un lavoro psicologico può generare trauma e peggiorare il quadro.
Qui entra in gioco la responsabilità professionale dello psicologo.
Approccio psicologico al disturbo da accumulo
CBT specifica per hoarding
La terapia cognitivo-comportamentale per l’hoarding (Steketee & Frost) è oggi l’intervento con maggiore evidenza empirica.
Gli obiettivi includono:
- Ristrutturazione delle convinzioni disfunzionali
- Esposizione graduale al lasciare andare oggetti
- Training decisionale
- Potenziamento delle abilità organizzative
Il lavoro è progressivo e rispettoso dei tempi della persona.
Acceptance and Commitment Therapy (ACT)
L’ACT si concentra sulla relazione che la persona ha con i propri pensieri ed emozioni, più che sul contenuto degli stessi.
Nel disturbo da accumulo, l’ACT lavora su:
- Accettazione dell’ansia legata al lasciare andare
- Defusione cognitiva (“È solo un pensiero, non un fatto”)
- Chiarezza sui valori personali
- Azioni coerenti con il valore di benessere e funzionalità
Spesso il problema non è l’oggetto in sé, ma l’evitamento dell’emozione che emerge quando si prova a separarsene.
L’ACT interviene proprio su questo evitamento esperienziale.
Schema Therapy
Quando l’accumulo compulsivo è radicato in schemi maladattivi precoci (Young), può essere utile un lavoro più profondo su:
- Schema di deprivazione emotiva
- Schema di abbandono
- Schema di vulnerabilità al pericolo
- Schema di attaccamento eccessivo
In questi casi l’oggetto diventa una compensazione simbolica di bisogni non soddisfatti nell’infanzia.
Il trattamento mira a:
- Riconoscere lo schema attivo
- Sviluppare modalità adulte più funzionali
- Ridurre il bisogno compensatorio legato all’accumulo
Approccio metacognitivo
Secondo il modello metacognitivo (Wells), ciò che mantiene il disturbo non è solo il contenuto dei pensieri (“Potrebbe servirmi”), ma le credenze metacognitive:
- “Se non conservo tutto, potrei fare un errore irreparabile.”
- “Devo essere assolutamente certo prima di buttare qualcosa.”
L’intervento si concentra su:
- Riduzione del bisogno di certezza assoluta
- Lavoro sulla tolleranza dell’incertezza
- Modifica delle strategie di controllo mentale
Approccio psicodinamico-relazionale
In alcuni casi l’accumulo rappresenta un tentativo di preservare parti di sé o relazioni significative interiorizzate.
L’oggetto può assumere funzione:
- Transizionale
- Difensiva
- Identitaria
Un lavoro psicodinamico permette di:
- Comprendere il significato simbolico dell’accumulo
- Elaborare perdite irrisolte
- Ridurre l’identificazione tra oggetto e Sé
Questo approccio è particolarmente indicato quando il disturbo si associa a traumi relazionali o a un’organizzazione di personalità più complessa.
Intervento motivazionale (Motivational Interviewing)
Molti pazienti con disturbo da accumulo presentano ambivalenza rispetto al cambiamento.
Il colloquio motivazionale può essere utile per:
- Esplorare costi e benefici del mantenimento del comportamento
- Ridurre la resistenza
- Favorire l’autodeterminazione
Questo è coerente con il principio deontologico di rispetto dell’autonomia del paziente.
Intervento familiare sistemico
Il disturbo da accumulo ha spesso un impatto significativo sul nucleo familiare. Conflitti, pressioni e tentativi di “ripulire” forzatamente possono aggravare il quadro.
Un approccio sistemico può:
- Ridurre dinamiche accusatorie
- Ridefinire ruoli e confini
- Migliorare la comunicazione
- Costruire alleanze nel percorso terapeutico
L’intervento non mira a individuare un “colpevole”, ma a comprendere il funzionamento relazionale complessivo.
Mindfulness e regolazione emotiva
Le pratiche di mindfulness possono supportare il trattamento favorendo:
- Consapevolezza delle emozioni nel momento della decisione
- Riduzione dell’impulsività nell’acquisizione di nuovi oggetti
- Maggiore tolleranza del disagio
L’integrazione con modelli di regolazione emotiva (ad esempio derivati dalla DBT di Linehan) può essere particolarmente utile quando l’accumulo è associato a disregolazione affettiva.
Integrazione clinica e personalizzazione del trattamento
In un’ottica professionale, nessun approccio è universale.
La presa in carico richiede:
- Valutazione accurata
- Analisi funzionale del comportamento di accumulo
- Considerazione delle comorbilità (depressione, DOC, disturbi d’ansia)
- Definizione condivisa degli obiettivi
Il principio deontologico di competenza impone al terapeuta di utilizzare metodologie fondate scientificamente e adeguate al caso specifico, evitando interventi standardizzati e non personalizzati.
Quando chiedere aiuto
Può essere utile rivolgersi a un professionista quando:
- Gli spazi domestici diventano inutilizzabili
- La vergogna porta a evitare visite o relazioni
- La difficoltà a buttare oggetti genera ansia intensa
- I familiari sono coinvolti in conflitti continui
Il disturbo da accumulo tende a essere cronico se non trattato. Tuttavia, con un intervento mirato, è possibile ridurre significativamente i sintomi e migliorare la qualità della vita.
Molte persone con accumulo compulsivo evitano di chiedere aiuto per vergogna o timore di giudizio. Una consulenza psicologica può rappresentare un primo passo più accessibile e protetto.
Attraverso un primo colloquio è possibile:
- Comprendere se si tratta di un disturbo da accumulo o di una difficoltà transitoria
- Valutare il livello di compromissione
- Definire un piano di intervento personalizzato
- Ricevere uno spazio di ascolto professionale, riservato e non giudicante
Conclusioni
Il disturbo da accumulo non è disordine, è un modo di proteggersi dal dolore, dall’ansia o dalla perdita, che nel tempo diventa una gabbia.
Dietro la difficoltà a buttare oggetti c’è spesso una storia emotiva che merita di essere compresa, non giudicata. Intervenire precocemente significa prevenire isolamento, conflitti familiari e peggioramento del quadro clinico.
Nota finale
Se ti riconosci in alcune di queste descrizioni — se senti che la tua casa non è più uno spazio di benessere ma di sofferenza — puoi iniziare da un confronto professionale.
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