Bisogno di certezza e illusione della risposta definitiva

Il bisogno di certezza può sembrare, a prima vista, qualcosa di assolutamente comprensibile. Quando non sappiamo come andrà una situazione, tendiamo naturalmente a cercare informazioni, fare domande, valutare possibilità e raccogliere elementi che possano aiutarci a sentirci più preparati. Il problema può emergere quando la ricerca di una risposta non conduce a una maggiore capacità di affrontare l’incertezza, ma alimenta una ricerca continua di rassicurazioni.

Oggi questo meccanismo è particolarmente interessante perché viviamo in un ambiente nel quale le informazioni sono praticamente sempre disponibili. Possiamo cercare una spiegazione, confrontare esperienze, leggere opinioni e chiedere un parere in pochi secondi. La disponibilità di informazioni, però, non coincide necessariamente con la possibilità di raggiungere una certezza psicologica.

La ricerca contemporanea sull’intolleranza dell’incertezza considera questo costrutto un importante processo transdiagnostico associato a preoccupazione e ansia. Una recente meta-analisi preregistrata, che ha integrato 138 campioni indipendenti e oltre 28.000 partecipanti, ha confermato robuste associazioni tra intolleranza dell’incertezza, worry e ansia.

Sapere di più non significa necessariamente sentirsi più sicuri

Una delle caratteristiche più interessanti del bisogno di certezza è proprio questa apparente contraddizione: possiamo accumulare moltissime informazioni e continuare a sentirci incerti.

Immaginiamo una persona che debba prendere una decisione importante. Inizia cercando alcune informazioni, poi confronta diverse possibilità. Successivamente cerca altre opinioni, legge testimonianze, controlla nuovamente i dati e formula nuove domande.

Ogni nuova informazione sembra promettere la possibilità di arrivare finalmente alla risposta definitiva.

Ma quando la risposta arriva, può comparire un nuovo dubbio.

“E se ci fosse un’altra possibilità?”

“E se non avessi considerato qualcosa?”

“E se avessi interpretato male quello che ho trovato?”

La ricerca, inizialmente orientata alla soluzione del problema, può così trasformarsi in un comportamento ripetitivo finalizzato soprattutto a ridurre temporaneamente il disagio provocato dall’incertezza.

L’intolleranza dell’incertezza

Il concetto di intolleranza dell’incertezza, sviluppato all’interno dei modelli cognitivi dell’ansia e della preoccupazione, non indica semplicemente il fatto di non amare le situazioni imprevedibili.

Riguarda piuttosto il modo in cui una persona reagisce alla possibilità di non sapere.

Nel modello elaborato da Dugas e colleghi, l’incertezza può essere percepita come particolarmente minacciosa e difficile da tollerare, favorendo processi come la preoccupazione e la ricerca di informazioni. La letteratura più recente considera l’intolleranza dell’incertezza un costrutto transdiagnostico e trans-situazionale, quindi non limitato a una singola condizione psicologica.

Questo aiuta a comprendere perché il bisogno di certezza possa comparire in situazioni molto diverse: una decisione lavorativa, una relazione, un cambiamento, una situazione sociale oppure una preoccupazione per il futuro.

Il punto comune non è necessariamente l’oggetto del dubbio.

È il rapporto con il non sapere.

Quando la ricerca di informazioni diventa una rassicurazione

Cercare informazioni è spesso funzionale. Può aiutarci a prendere decisioni migliori e a ridurre l’incertezza concreta.

Diventa però importante distinguere tra informazione e rassicurazione.

L’informazione tende a rispondere a una domanda concreta e può contribuire a una decisione. La rassicurazione, invece, può avere soprattutto la funzione di ridurre temporaneamente uno stato emotivo spiacevole.

La differenza può essere sottile.

Una persona può, per esempio, chiedere più volte la stessa cosa a persone diverse non perché manchino realmente informazioni, ma perché la risposta precedente non ha prodotto una sensazione sufficientemente stabile di sicurezza.

Il sollievo può arrivare, ma durare poco.

Ed è proprio questo carattere temporaneo che può mantenere il comportamento.

Il circolo della certezza

Possiamo immaginare il processo come un ciclo:

incertezza → disagio → ricerca di informazioni o rassicurazione → sollievo → nuova incertezza → nuova ricerca.

In questo circuito, la ricerca non è necessariamente il problema iniziale. Può diventare parte del problema quando viene utilizzata sistematicamente per eliminare ogni sensazione di dubbio.

Il modello metacognitivo della preoccupazione offre un’altra prospettiva utile. Non conta soltanto ciò che pensiamo, ma anche ciò che pensiamo riguardo al nostro stesso pensiero.

Per esempio, una persona potrebbe credere:

“Se continuo a pensarci, prima o poi troverò la risposta giusta.”

Oppure:

“Devo essere completamente sicuro prima di decidere.”

Queste convinzioni possono trasformare il pensiero e la ricerca di informazioni in strategie apparentemente protettive, ma potenzialmente interminabili.

L’illusione della risposta definitiva

Una difficoltà frequente è l’aspettativa che ogni decisione importante debba essere preceduta da una certezza completa.

Nella realtà, molte decisioni non possono essere prese disponendo di tutte le informazioni possibili.

Scegliere un lavoro, iniziare una relazione, cambiare città, interrompere un progetto o intraprendere un nuovo percorso significa spesso agire senza conoscere completamente le conseguenze.

La psicologia cognitiva non suggerisce quindi di eliminare l’incertezza, perché sarebbe impossibile.

Piuttosto, può essere utile sviluppare una maggiore capacità di tollerare l’incertezza senza trasformarla automaticamente in un problema da risolvere.

L’era dell’informazione infinita

Internet ha modificato profondamente questo processo.

In passato, l’accesso alle informazioni era spesso limitato: libri, persone di fiducia, professionisti, esperienza diretta.

Oggi possiamo continuare a cercare praticamente senza un limite definito.

Questa caratteristica crea una situazione particolare: il fatto che sia possibile ottenere un’altra informazione non significa che sia necessario ottenerla.

Anzi, in alcune circostanze, proprio la disponibilità potenzialmente infinita di informazioni può rendere più difficile stabilire quando fermarsi.

Il problema non è quindi la tecnologia in sé.

È il rapporto che instauriamo con la possibilità di continuare a cercare.

Fermarsi non significa rinunciare

Imparare a tollerare l’incertezza non significa diventare superficiali o smettere di informarsi.

Significa imparare a distinguere tra una ricerca che aumenta realmente la nostra capacità di agire e una ricerca che serve principalmente a ottenere un sollievo emotivo momentaneo.

Una domanda utile può essere:

“Sto cercando questa informazione perché mi serve per decidere oppure perché ho bisogno di sentirmi completamente sicuro?”

La risposta non sarà sempre immediata, ma può aiutare a osservare il funzionamento del proprio comportamento.

Anche accettare che una decisione possa contenere una quota di rischio fa parte di questo processo.

La certezza non è sempre il vero obiettivo

In alcuni casi, dietro il bisogno di certezza può esserci qualcosa di diverso.

Potrebbe esserci il desiderio di sentirsi al sicuro, di evitare un errore, di non deludere qualcuno o di prevenire una conseguenza negativa.

In altre parole, la domanda esplicita può essere:

“Come faccio a sapere qual è la scelta giusta?”

Mentre la domanda psicologicamente più profonda potrebbe essere:

“Come posso sentirmi sufficientemente sicuro anche se non posso sapere con certezza come andrà?”

Sono due domande molto diverse.

La prima cerca una risposta definitiva.

La seconda riguarda il rapporto della persona con l’incertezza.

Tollerare l’incertezza come competenza psicologica

La ricerca più recente continua a considerare l’intolleranza dell’incertezza un elemento centrale nei processi di ansia e preoccupazione, pur riconoscendo che il costrutto e le sue modalità di misurazione continuano a essere oggetto di approfondimento scientifico.

Questo suggerisce una prospettiva importante: non sempre il benessere psicologico coincide con l’avere tutte le risposte.

A volte consiste nella possibilità di continuare a vivere, scegliere e agire anche quando alcune risposte non sono ancora disponibili.

Imparare a convivere con ciò che non possiamo sapere

Il bisogno di certezza diventa problematico quando la ricerca di risposte non ci permette più di vivere l’esperienza dell’incertezza, ma ci obbliga a cercare continuamente nuove conferme.

Riconoscere questo meccanismo può essere il primo passo per interrompere il ciclo.

Non si tratta di smettere di informarsi, di prendere decisioni senza riflettere o di accettare passivamente qualsiasi situazione.

Si tratta di sviluppare una relazione più equilibrata con il dubbio: sapere quando cercare, quando fermarsi e quando riconoscere che una parte dell’esperienza umana rimane inevitabilmente incerta.

Nota finale

Se ti accorgi di passare molto tempo a cercare risposte, chiedere conferme o controllare informazioni senza riuscire realmente a sentirti più tranquillo, può essere utile comprendere meglio il meccanismo che mantiene questo comportamento.

Un colloquio psicologico può offrire uno spazio per osservare questi processi e comprenderne il significato nella propria esperienza.

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Autore

Psicologo e Dottore in Psicologia – Mi occupo di supporto psicologico online e divulgazione psicoeducativa su benessere mentale, emozioni e relazioni.